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Terruzzi racconta: Le strane coppie della F1 | Episodio 4

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Di Giorgio Terruzzi
Un podcast che parte dai Gran Premi di Formula 1 per raccontare le storie parallele e curiosamente affini di due piloti: in questa puntata i protagonisti sono Ayrton Senna e Jim Clark
Il Mondiale 2020 è ancora fermo ai box. Siamo a maggio, e maggio, da che Formula 1 è Formula 1, significa una cosa: Montecarlo, il gioiello più prezioso nella corona della regina del Motorsport. Un appuntamento annullato per la prima volta dal 1955. Noi andiamo avanti, nella speranza che questi nostri piccoli racconti possano offrire almeno un momento di distrazione, in attesa che tutto, anche nel motorsport, torni alla normalità.​
Trovandoci a Montecarlo, facile pensare a un pilota brasiliano, che a sua volta richiama alla memoria un'altra figura leggendaria.
F1 · 20 min
Terruzzi racconta: le strane coppie della F1 | 2020 | Episodio 04
Qui sotto si può ascoltare il podcast su Spotify, a questo link si può ascoltare su altre piattaforme, mentre più in basso c'è il testo completo.
Lo dico subito: Jim Clark e Ayrton Senna. È questa la coppia che anima il nostro racconto e si tratta di una coppia nobilissima. Perfetta, credo, per questo tempo, che coincide nella tradizione con il Gran Premio di Monaco; per questo stallo così anomalo, più silenzioso e quindi colmo di suoni e colori connessi al ricordo, ad immagini più intense di altre.
Clark e Senna dunque. Ayrton a Montecarlo vinse sei volte; Jimmy a Montecarlo non vinse mai. Dunque abbiamo una lontananza nel momento in cui parlo di vicinanza. Ma l’eccezione in questo caso vale come conferma. Quando trattiamo di alta qualità di guida, quando pensiamo al talento purissimo, ad una attitudine al controllo strepitosa, le due figure si accostano, addirittura si sovrappongono. È una evidenza che va oltre ogni statistica, ogni albo d’oro. I due, nella mia percezione, si somigliano moltissimo, per come guidarono, per come comparvero e si mossero in pista e nell’immaginazione di chi li ama ancora oggi, cercando di stare appresso ai loro gesti, imparando a tenerli vicini anche quando le corse li portarono via.
Primo maggio 1994, Imola, l’ultimo giorno di Senna; 7 aprile 1968, Hockenheim, l’ultimo giorno di Clark. Ayrton aveva 34 anni; Jimmy 32. I colori vividi del Brasile e l’erba mossa dal vento di Scozia. Un sogno comune realizzato, due bambini silenti e simili che crescono, si trasformano in cigni, che stupiscono e volano su quote irraggiungibili.
Oh, si, Clark e Senna si somigliano, si somigliano moltissimo. A cominciare dalle espressioni del viso. Due immagini che alludono ad una affinità elettiva, qualcosa che ha a che fare con le pause, il silenzio, una intimità segreta e vispa. Una specie di doppia ritrosia che innesca una attrazione, una affezione.
Di Senna abbiamo molte immagini, molte parole registrate, riprodotte, rilanciate da sempre, al pari di filamenti argentati e preziosi. Di Clark abbiamo pochi fotogrammi, fotografie soprattutto in bianco e nero, un filmato curioso e magnifico che contiene nebbia e asfalto, quelle scarpe morbide, nere, stringate, che usava per correre, la tela azzurro chiaro di una tuta semplicissima. Guardo la sua postura, i capelli neri corti, i suoi gesti quieti, così in contrasto con la furia delle corse, e a Senna penso, in un automatismo per molti versi inspiegabile.
Ayrton Senna
Ayrton Senna
Poi ci sono le corse, i percorsi loro. Clark: due titoli mondiali, 33 pole su 72 gare, 25 vittorie. Senna: tre titoli mondiali, 65 pole su 161 gare, 41 vittorie. Non è semplicemente una questione di percentuali, di rendimento, di alta classe. I numeri segnano due epoche, le loro, hanno afflitto una quantità doppia di colleghi, avversari, campioni degnissimi ma inevitabilmente sopraffatti da un incedere più marcato.
L’ammirazione, la prevalenza, il dominio non sono sempre connessi al conteggio delle vittorie, hanno a che fare con altro. Uno stile, un modo, una grazia e un furore capaci di definire una immagine, una immagine precisa, quella lì, al pari di un totem, di una icona.
Questo è accaduto attorno a Jim Clark e ad Ayrton Senna. E, questo, per sempre sarà, perché a loro penseremo, loro rivedremo, immagineremo di nuovo nei nostri viaggi, con la malinconia di aver perduto due figure tanto somiglianti quanto rare e preziose.

Ayrton Senna

Parlo di Ayrton, adesso, e per me è un piacere sempre ma anche una fatica. Di lui ho scritto e detto tanto. Con una gratitudine connessa al privilegio di poter fare questo mestiere, che comporta, tra l’altro qualche incontro ravvicinato e indimenticabile. Sto parlando di un’iradiddio. Di un ragazzino capace di sbaragliare ogni campo, una volta approdato in Inghilterra per provare a farcela sul serio, dopo aver fatto di tutto, dappertutto con i kart. Così, sempre. Dal primo test sulla Williams, al primo anno di Formula 1 con la Toleman, 1984, all’ultima corsa, dieci anni più tardi.
Non sto qui a ripercorrere una carriera notissima con dentro una quantità di acuti, tra i quali ciascuno può vagare meravigliato. Ciò che conta, credo, è la manifestazione palese del talento, una faccenda complicata nel motorismo perché comprendere i gesti di un pilota è difficile, mascherati come sono dal mezzo meccanico per non parlare della nostra incompetenza. Già, meglio ricordarlo una volta di più: chi guida una Formula 1 compie azioni a noi ignote, fuori dalla portata, dunque misteriose e tutt’altro che decifrabili. Eppure, beh, ho visto Senna fare qualcosa di dirompente, soprattutto sul bagnato. Roba che non aveva alcun bisogno di particolari erudizioni.
Roba che faceva lui e nessun altro, bastava restare a bordo pista, per esempio a Montecarlo ma anche a Silverstone, a Donington – piste molto diverse per medie sul giro - per avvertire uno scarto, per misurare una meraviglia.
Il talento, ecco, visto crudo, come qualcosa di magico e non definibile eppure evidente. È stato il traino di Ayrton, sempre. Abbinato ad una furia spaventosa. Ad un bisogno di emergere che proveniva dal profondo della sua anima, della sua testa, una specie di imperativo a monte di tutto. Ciò che gli permise di conquistare ma anche di sbagliare, di esagerare, di considerare inaccettabile ogni interferenza.
Ho impiegato un po’ a comprendere quell’uomo così complicato che stava dentro la tuta da pilota. Un uomo dotato di una determinazione essenziale, come se il battersi correndo fosse l’unica via possibile per liberare una natura. E, nel contempo, l’unico modo per rispondere alla parte di se stesso che pretendeva una eccellenza permanente. C’era una sofferenza dentro ogni gioia, c’era un patimento dentro ogni godimento. Sofferenza e patimento come pane quotidiano, come la vera benzina. Abbastanza per corrispondere suo padre in prima istanza, l’uomo che gli aveva dato quattro ruote e un piccolo motore per spiegare le ali; l’uomo che si era pentito di aver avviato quel figlio su una strada rischiosissima; l’uomo che su Ayrton vantava qualche credito, una inconscia pretesa di controllo.
Ciò che rese Senna non semplicemente un campione amato per le sue vittorie ma una persona amata, indipendentemente dalle sue vittorie, stava nella sua crescita, nella sua disposizione introspettiva.
Qualcosa che gli permise di svelarsi, di accostare dedizione e sicurezza al dubbio che ciascuno di noi maneggia sul significato dell’esistenza. Un dubbio costante che porta ad inciampare, a contraddirci, a misurare un timore cieco, a trattare i propri limiti come risorse.
Ayrton credette di aver risolto in parte il suo nodo esistenziale parlando con Dio. Un dio trasformato in compagno e addirittura complice qualche volta, un Dio al quale rendere conto, più alto e per qualche verso accostabile a suo padre. Conflitto e conforto. Abbastanza per procedere in una dimensione umanissima e dunque avvertibile, compresa da ogni spettatore.
A photo of Lotus F1 racing's Ayrton Senna.
Ayrton ai tempi della Lotus
Di Senna conservo i gesti del trionfo ma soprattutto le sue pause. I silenzi, l’espressione assorta che non poteva celare mai. Da una parte la luce abbagliante emanata dal campione, dall’altra l’ombra scura, una persona simile ad altre, persino a me. Dunque un compagno diverso, speciale. Al punto da restare nei pressi anche nell’assenza fisica, per un tempo infinito. Lo ricordo, guardo i filmati, riascolto la sua voce e mi commuovo. Il motivo è semplice, alla fine: lì dentro c’è qualcosa che mi riguarda.
Per come sono, per come potrei essere, per come era lui, perfezionato questo sì, da un talento che non possiedo. Utile per vincere ma anche, eccezionalmente, per offrire una lentezza, una caduta, un nervo sensibile e scoperto.

Jim Clark

Era nato a Kilmany. Basta cercare il luogo su Google Maps. Un punticino sperduto, campagna a sud di Dundee, poco lontano dal mare. Per ricordarlo c’è una statua adesso. Lo ritrae che cammina, mani in tasca. Un uomo tranquillo, i capelli corti, pettinati all’indietro, solo un accenno alle corse, visto che indossa una tuta vagamente riconoscibile. Beh, curioso. Jim Clark, il campione leggendario, ricordato come un figlio del villaggio, come un amico da incontrare su quelle stradine in mezzo ai campi, per bere una pinta, magari, fare due chiacchiere, farsi compagnia. Un minuscolo villaggio per cominciare, un minuscolo villaggio per riposare. Clark è sepolto a Chirnside, più a sud, dove la sua famiglia si trasferì quando Jim aveva quattro anni. Il padre, agricoltore, lavorava alla Edington Main Farms. Cinque figli. Quattro femmine e poi lui. Destinato a lavorare nella fattoria. Macché.
Racing driver Jim Clark celebrates one of his record five British Grand Prix victories
Jim Clark
Da quei campi, da quel vento, Jimmy prese un alito, una voglia, una aspirazione. Ma anche una riservatezza, un modo di fare sobrio, timido, semplice. Ciò che resta di lui oggi, in fin dei conti. Basta osservare quella statua, quel piccolo cimitero rurale.
In mezzo, un’avventura meravigliosa. Con una attitudine precisa: fare corsa di testa, stare davanti per imporre il proprio ritmo, un ritmo insostenibile. In questo senso simile ad Alberto Ascari. Come notato da Enzo Ferrari, uno che i piloti sapeva scannerizzarli alla perfezione: “Meglio solo, attardato, a rimontare. Come a Monza nel ’67, quando fece impazzire d’entusiasmo gli appassionati. Mi sarebbe piaciuto affidargli una Ferrari. Qualcuno mi disse che potevo portarlo nella mia squadra. Io non ci ho mai creduto. Clark non avrebbe mai corso su una macchina non inglese”.
Infatti. Macchine a ruote coperte, Turismo, per cominciare, per capire di essere forte davvero, più in gamba del suo primo idolo, Masten Gregory. 107 corse disputate tra i 20 e i 23 anni, vincendone circa la metà. Pronto per fare meglio, di più.
Jim Clark's Lotus at Silverstone 1965, as Redbull.com looks at the world's greatest motor racing circuits
Jim Clark a Silverstone nel 1965
Per sposare le proprie ambizioni con il genio di Colin Chapman, Lotus. Un sodalizio durato sino all’ultima curva. Data di inizio, 1960, all’alba di un decennio in attesa di padrone.
Come Ayrton, imbattibile con le piccole monoposto, due vittorie in altrettanti campionati mentre debuttava nei Gran Premi. Olanda, 1960 appunto. Jimmy imparava in fretta. Prima pole, a Montecarlo, guarda un po’, 1962. Prima vittoria in Belgio, sempre 1962, a Spa, la pista che chiarisce molte cose. Lotus 25, la prima monoscocca da Grand Prix. Secondo nel Mondiale. E poi, e poi, poco o niente per nessun altro. Campione del mondo 1963 con quella macchina disegnata sul suo corpo, sul suo talento. Sette vittorie su dieci gare. Per il bis dovette attendere il 1965, sei centri, un altro anno trionfale.
Nel frattempo, una sfida diversa, più ardua. 500 Miglia di Indianapolis. Due tentativi sfumati, trionfo proprio in quell’anno 1965, primo successo di una vettura a motore posteriore, unico pilota nella storia ad aver conquistato titolo mondiale di F1 e 500 miglia di Indianapolis nello stesso anno.
Fu lui l’unico ad ottenere un successo nei Grand Prix con una motorizzazione a 16 cilindri – BRM montato sulla Lotus, Stati Uniti 1966. Il primo a vincere con un motore Ford Coswoth, montato sulla Lotus 49, Olanda, 1967.
Jim Clark. Irrepetible.
Jim Clark
La sua vita privata? Un mezzo mistero. C’era stata una fidanzata di lungo corso, Sally Stokes, trasformata in amica e poi moglie del pilota olandese Ed Swart anche per la determinazione di Jim a non sposarsi sino a quando non avesse smesso di correre. Poi ragazze, certo, una compagna fissa e finale, Katie Eccles. La passione per gli aerei, una timidezza curiosa, un legame fortissimo con la propria famiglia, con la terra, la volontà di sentirsi sempre e anche un allevatore, come il padre. Anche qui, molte analogie con Senna.
Il primo gran premio del 1968 venne disputato il primo giorno dell’anno in Sudafrica. Circolano alcune fotografie meravigliose scattate la sera precedente. Una festa di fine anno alla vigilia della gara. Jim con Jack Brabham, Colin Chapman, Jochen Rindt, Graham Hill e Jackie Stewart, scozzese pure lui, il suo delfino, che scherzano a tavola. Clark vinse la corsa e dovevano trascorrer quattro mesi prima della seconda tappa. Anche per questo decise di disputare il campionato europeo di Formula 2, prima gara ad Hockenheim, 7 aprile.
La sua Lotus uscì di pista all’inizio di una curva a destra nel bosco. Nessun testimone, nulla. Morì sul colpo. La causa: probabilmente una foratura lenta che finì per determinare una perdita di aderenza, con uscita di pista verso un albero. Lo shock: enorme. Perché esattamente come sarebbe accaduto con Senna 27 anni dopo, era morto un idolo, il protagonista assoluto della scena, il capo. Così esuberante nella guida, così riservato nella vita. Una figura, ancora una volta al pari di Ayrton, capace di allontanarsi in una magia e con una nuova magia tornare, per avvicinarsi a ciascuno di noi.
Cosa stavi facendo quando è morto Senna? Le risposte sono pronte sempre. Ciascuno ricorda alla perfezione il momento, il dove, il come oltre al quando. Lo stesso accadde per la morte di Clark. Avevo 10 anni allora, stavo davanti alla tele per seguire una corsa di moto. Misurando una fitta al cuore, la stessa che avrei avvertito molto tempo dopo a Imola, quando la Williams bianca e azzurra colpì con inattesa violenza il muro del Tamburello. Il nesso tra Jim e Ayrton sta anche qui. Nella radice più antica e forte e profonda di una attrazione, di una passione che ad ogni morte sopravvive.