Hamilton e Raikkonen in pista a Silverstone

Terruzzi racconta: Var in pista

© F1.com

Considerazioni sparse su regole, tecnologia e tifo, tra F1, calcio e rugby

Var: calcio, rugby e motori

Non so cosa pensiate del Var (o della Var) introdotta nel calcio. A me pare un passo in avanti soprattutto per ridurre le polemiche e le violenze da tifo. Il che non chiude nessuna questione perché sono uomini a decidere comunque e noi uomini siamo fallaci cronici. In ogni caso, l’analisi delle immagini per arrivare a una evidenza esiste da tempo. Nel rugby da molto tempo, come parte di una cultura sportiva molto evoluta sul fronte rispetto delle regole, dell’arbitro eccetera. Mai una baruffa sugli spalti, nessuno parla con il direttore di gara, salvo il capitano, non esiste simulazione, eccetera, eccetera. Roba di prim’ordine, roba che permette di osservare il calcio e le sue sceneggiate, gli ultrà, gli insulti, i razzismi da calcio come una assurda, noiosissima, orripilante sequenza di arretratezze.
Var al lavoro ai Mondiali di calcio
Var al lavoro ai Mondiali di calcio
Formula 1: meglio. Oh, sì. Anche se il problema resta. Le infrazioni vengono viste e riviste e determinano sanzioni. Il problema è che i meccanismi del motorismo sono assai più complessi rispetto a quelli del calcio o del rugby, contengono una quantità di elementi umani e tecnici compressi in tempi minuscoli. In ogni caso, regole, pure qui. Che determinano un punto di vista (di chi giudica) e quindi una decisione nel merito. Nessuno – nemmeno Hamilton a mente fredda – può sostenere una volontarietà nella collisione a Silverstone tra Raikkonen e Lewis. Chiunque può osservare una manovra che danneggia l’altro a causa di un errore di valutazione, anche se inevitabile e comprensibile. Dunque penalizzato Kimi. Di quanto? 10 secondi. Pochi? Molti? Non la finiremmo più. Molti – è stato detto – se confrontati con i 5 secondi rifilati a Vettel in Francia per il cozzo con Bottas. Forse. Ma se entriamo in questa area del dibattito ci infiliamo in un caos eterno, un po’ perché le dinamiche si somigliano ma sono sempre diverse, un po’ perché i giudici cambiano di gara in gara. Senza contare il tifo di chi osserva e giudica i giudici.
Piuttosto è qui che la Federazione e magari anche Liberty Media potrebbero fare qualcosa, standardizzando più chiaramente una scala di sanzioni onde evitare che ogni decisione sembri umorale o discutibile. Perché pare impossibile pretendere che chiunque comprenda al volo la differenza che passa tra i 5 secondi di Vettel e i 10 di Raikkonen. Senza considerare una serie di altre manovre magari meno evidenti ma comunque scorrette. Intendo ciò che la tv non mostra e quindi “non esiste” così come una quantità di cambi di linea, frenate ritardate, piccole o raffinate furberie che i piloti praticano in pianta stabile. Valutare, qui, significa affrontare una missione impossibile, servirebbe una commissione permanente che analizza le telemetrie di tutti, all’infinito. Dunque?
Dunque credo serva liberalizzare un po’, togliere di mezzo, se non altro una quantità di zone d’ombra inevitabilmente connesse alle sanzioni. Lasciare che i piloti se la sbrighino comunque e fissare parametri oggettivi di giudizio solo per collisioni che penalizzano evidentemente un concorrente: 5 secondi per tutti oppure 10 o 25 come pena fissa.
Per il resto, poco o nulla. Piuttosto, renderei i cordoli e le vie di fuga davvero penalizzanti. Chi sbaglia, paga in pista, per come è fatta la pista, soprattutto i fuoripista. Ma sono discorsi un po’ inutili. Perché stiamo parlando di uno sport la cui tradizione e il cui fascino passa attraverso le collisioni, gli incidenti, le esagerazioni con la pretesa, coincidente, che ogni contatto, ogni iperbole, vada benissimo a patto che premi il nostro beniamino. In questo, che piaccia o meno, il tifo da motorsport si è avvicinato moltissimo al tifo da pallone. Quando invece servirebbe – in mancanza d’altro – avvicinarsi al tifo da rugby. Dove di fronte a ogni decisione dell’arbitro si fa silenzio e si riprende a giocare.