Stefan Bellof
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Terruzzi racconta: Stefan Bellof, la memoria che non muore

Il ricordo di un talento eccezionale, scomparso troppo in fretta
Di Giorgio Terruzzi
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La vita è strana. Dopo anni di silenzio tre amici mi parlano di Stefan Bellof nel giro di pochi giorni. Piero sta cercando di scrivere un libro; Umberto possiede il casco e ha raccolto molte informazioni; un appassionato lettore mi chiede di scriverne.
Eccomi, dunque. Stefan Bellof. Tedesco di Giessen, nord di Coblenza, data di nascita 20 novembre 1957. Per i cultori di motorismo un talento eccezionale, scomparso troppo in fretta. Incidente a Spa, 1 settembre 1985, durante la 1000 Km. Collisione tra due Porsche. La sua, una 956 e la 962 guidata da Jacky Ickx. Eau Rouge il punto. La dinamica: misteriosa. Forse fu un azzardo di troppo da parte di Bellof; forse fu una chiusura più decisa del previsto da parte di Jacky. Un urto spaventoso. Fine. Fine di una carriera che sembrava destinata a raggiungere il firmamento.
Lo ricordo perfettamente: alto, castano chiaro, magrissimo. Un anno più di me. Frequentato per una intera stagione, anno 1982, quando seguii interamente il campionato europeo di F2. Lui con la Maurer, compagno di Beppe Gabbiani. Gli altri, tutti tosti: Stefan Johansson e Thierry Boutsen con le Spirit; Alessandro Nannini e Paolo Barilla con le Minardi; Jonny Cecotto e Corrado Fabi con le March; Kenny Acheson e Jonathan Palmer con le Spirit; Jo Gartner (scomparso pure lui, maledizione, a Le Mans nel 1986) con la Merzario e quel personaggio indimenticabile che fu Guido Daccò.
Stefan Bellof
Stefan Bellof
Eravamo una bellissima comitiva, loro un po’ mattocchi, sempre pronti a sfidarsi con le auto a noleggio, giocando a pallone. Sì, buoni ricordi. E lui, Stefan, fortissimo subito: vittoria all’esordio, a Silverstone e ad Hockenheim. Sul bagnato, un'iradiddio. Vinse molto con le vetture a ruote coperte, campionato mondiale Endurance compreso, con le Porsche ufficiali nell’84. Sì, ma qui serve fare un punto perché Stefan proprio nell’83 fu chiamato dalla McLaren insieme con Ayrton Senna e Martin Brundle per un test F1. Non se ne fece nulla per via di una incompatibilità tra sponsor ma basta questo per dire quanto fosse considerato il ragazzo Bellof che finì alla Tyrrell, non certo un team di primissimo ordine allora.
Però… a proposito di Senna, di Ickx, delle strade che prende il destino: tutti ricordiamo la strepitosa rimonta di Ayrton con la Toleman a Montecarlo, 1984. E tutti abbiamo criticato proprio Ickx, direttore di corsa, per aver fermato la gara sotto il diluvio mentre Senna superava Prost. Beh, in quella corsa Bellof, partito ventesimo, arrivò terzo con una rimonta portentosa, simile a quella di Ayrton, oscurata da quella di Ayrton. Risultato cancellato da una pesante squalifica rimediata dalla Tyrrell a Detroit. Così il bilancio di Bellof resta meno brillante: un quarto e un sesto posto in 20 GP tra l’84 e l’85. Piuttosto, i suoi record sul vecchio, terribile Nürburgring sono ancora lì, come perle luminose: 6’11”13 in qualifica, 28 maggio 1983 e poi 6’25”91 in gara, il giorno successivo.
Spa-ven-to-so.
È poco, forse ma sono segni indelebili soprattutto per chi ha una idea di cosa fosse la Nordschleife. Abbastanza per far brillare per sempre una fiamma, un’immagine nella memoria. Il casco nero con le righe gialle e rosse un po’ come la grafica usata da Jacques Villeneuve, il sorriso un po’ malinconico di un campione scomparso troppo presto. Mi sembrava giusto ricordarlo qui, ricordando chi non l’ha mai dimenticato. Un saluto, dunque, con la malinconia che accompagna storie magnifiche e tragiche come questa.