Il valore di un campione
F1

Terruzzi racconta: il valore di un campione

© Rudy Carezzevoli / Getty Images
Cosa conta e cosa conta meno quando un atleta vincente comunica oltre lo sport. Al netto del tifo e delle opinioni personali
Di Giorgio TerruzziPubblicato il
Qualche giorno fa ho intervistato Stefano Domenicali per il Corriere della Sera. È lui il nuovo capo della F1 e nel descrivere le priorità del proprio lavoro ha fatto riferimento all’importanza che dovrebbero avere i piloti. Piloti eroi, ha detto. Intendendo figure capaci di comunicare sia come agonisti, sia come portatori di valori alti e altri, connessi con la vita di ciascuno di noi. Domenicali ha citato Lewis Hamilton e la citazione ha generato una quantità di commenti, spesso critici sul pilota inglese. Il che mi offre lo spunto per parlare con voi del valore di un campione, con la speranza che questo tema possa essere trattato senza tener conto delle simpatie, del tifo e delle opinioni personale in relazione ad un messaggio specifico.
Provo a spiegarmi. Togliendo di mezzo nomi, cognomi e ideologia. Mettendo al centro un atleta che dimostra di essere un assoluto protagonista nella disciplina che pratica. Il punto fondamentale sta qui. La sua credibilità viene assicurata dai risultati. Il che determina una attenzione tra appassionati e praticanti. È un campione. Quindi merita rispetto. Qualche volta accade che figure del genere scelgano di schierarsi su un tema di attualità, decidendo di portare avanti una propria idea. Ciò produce adesioni e dissensi inevitabilmente ma - questo il pensiero di Domenicali - nel porre l’attenzione su qualcosa che non riguarda soltanto o necessariamente lo sport, allo sport rende un servizio. Allarga i confini, coinvolge una platea più ampia.
Perché continuiamo ad amare Ayrton Senna? Perché vinse tanto, perché è morto in pista. Certamente. Ma, soprattutto perché fu capace di parlare dei sentimenti che lo riguardavano e che riguardano ciascuno di noi. Perché aveva sempre in mente agli altri. Chi, nello specifico, non poteva sfruttare alcuna opportunità, gli ultimi. Muhammad Alì: lo stesso. Un grande campione - il che è fondamentale, lo ripeto - disposto ad uscire dal ring per entrare nelle case, nell’anima delle persone. In un certo senso e per certi versi “eroico”. Una figura che si prende un peso extra sulle spalle porta avanti un percorso più arduo, non dovuto, spesso memorabile.
Siamo circondati da cosiddetti “influencer” votati al futile. Spesso ascoltati al cospetto di una intima, individuale solitudine. Beh, il fatto che uno sportivo possa comunicare con noi in modo più profondo, può costituire una piccola importante differenza. Può indicare un sentiero. Il campione diventa un potenziale, prezioso buon esempio.
Scintille nel GP di Sakhir
Scintille nel GP di Sakhir
In un epoca dominata dalla comunicazione, ciò che una star sportiva decide di comunicare assume pesi moltiplicati e, dunque, ciascun protagonista dello sport potrebbe porsi qualche domanda su cosa dire o meno, visto che il suo fare è connesso alla disciplina, alla dedizione, alla fatica, all’impegno. E dunque il suo ruolo, fondato su valori riconosciuti, comporta potenzialmente un ascolto ampio. Domenicali, che fa il manager, che deve promuovere anche commercialmente la F1, anche di campioni “influencer” ha bisogno. Non c’è scandalo, direi. Il suo pulpito è svelato a monte. Sa bene che la popolarità di una disciplina passa attraverso la popolarità dei suoi protagonisti.
Piuttosto, al netto del marketing che pure tiene in piedi lo sport, che permette ai campioni di esprimersi e di essere visti ovunque (meglio ricordarlo), credo sia sempre interessante avviare rapporti più significativi “con la scusa dello sport”. Un messaggio, una riflessione, una discussione genera appartenenza. Incrementa il valore. Nostro. Non a caso, da sempre, un campione che ci parla, ci stimola, ci costringe a dialogare non semplicemente su un ordine di arrivo, con noi, vicino a noi per sempre rimane. Come un vero, illustrissimo, rispettabilissimo compagno di viaggio.