Il prossimo 9 febbraio la Brownswood Recording, l’etichetta indipendente fondata da Gilles Peterson devota alla scoperta e al lancio di nuovi artisti, rilascerà la sua (ennesima) opera antologica. Si chiamerà “We Out Here” e, come già dal titolo si intuisce, suonerà come un piccolo manifesto, una presa di posizione di un movimento che negli ultimi due anni è diventato sempre più importante: l’UK Jazz. Se in patria c'era la sensazione che qualcosa di importante fosse in divenire da decenni (se non addirittura da sempre), dal 2015 in poi media generalisti e il mondo intero ha cominciato, sempre con più insistenza, a parlare di “invasione UK jazz”.
Titolava così il Guardian lo scorso marzo, e la definizione è stata ripresa diverse volte in varie parti. La storia del jazz in UK comincia nel 1919 con la Southern Syncopated Orchestra e prosegue con i vari Joe Harriott, Michael Garrick, Courtney Pine Stan Tracey, Mike Westbrook, Ronnie Scott John Surman, Graham Collier, Evan Parker e una lista lunghissima di nomi che arrivano fino ai Jazz Warriors e che, passando per Londra, hanno poi contribuito a far sì che le radici del genere si piantassero in maniera stabile nel Regno Unito. Negli ultimi anni però il crescente ritorno di attenzione mediatica verso il genere ha fatto sì che, per esempio, durante lo scorso SXSW ci fossero diversi gruppi e singoli UK jazz a esibirsi: da Sarathy Korwar ai Go Go Penguin, passando per Moses Boys e Shabaka Hutchings.
Proprio su quest’ultimo si è scritto in un pezzo di Bandcamp Daily: «L’ex membro (degli Jazz Warriors) Shabaka Hutchings è diventato una specie di padrino per l’attuale scena UK, attraverso il jazz Afro-Caraibico dei Sons of Kemet o le ispirazioni cosmiche dei The Comet is Coming». Shabaka Hutchings è stato anche l’artefice – con il suo nuovo progetto Shabaka and the Ancestors – di una delle migliori release del biennio attraverso il lavoro “Wisdom of Elders”, che si basa su una sorta di dialogo ancestrale con le origini dell’artista. Tra le peculiarità di quella che possiamo definire “scena UK” c’è anche una ricchezza multiculturale che si riflette in maniera ampia e positiva sulla proposta musicale. Non si parla solo di multiculturalismo “geografico”, dalla matrice caraibica di Nubya Garcia. Ma anche quella araba di Yussef Dayes fino all’afrobeat dei Kokoroko, con influenze musicali che vanno dall’elettronica, alla world music – Korwar ne è l’esempio più lampante – al grime.
Moses Boyd – secondo molti il più pronto al grande salto – ha detto in una intervista al Guardian: «Sono sicuro che alcuni puristi non lo chiamerebbero neanche jazz», per poi aggiungere, «provate a immaginare un 14enne parlare di Duke Ellington coi suoi amici, poi innamorarsi di Sun Ra, mentre Giggs spacca in radio. Sono sempre stato interessato al jazz, così come a quello che succedeva sulle radio pirata». È questo il modo in cui la nuova classe jazz si è formata, aiutata pure dall’ottimo lavoro di gente come Gilles Peterson e dalla riconoscibilità di etichette come la sua Browswood Recordings o ancora la 22a di Tenderlonious o la JazzRe:Freshed, casa tra gli altri dei TROPE, Triforce e Daniel Casimir.
Un’altra caratteristica interessantissima e forse unica del movimento è la sua inter-scambiabilità: diversi artisti hanno carriere soliste e band – con le quali suonano magari cose anche molto diverse – ma gli stessi vanno comunque a mischiarsi ad altri gruppi o altri progetti, i cui membri a loro volta hanno carriere soliste e collaborazioni con artisti terzi. Non è un caso che nella compilation di prossima uscita curata da Gilles Peterson trovino spazio anche numerosi artisti JazzRe:Freshed. C’è anche un significativo numero di donne che si sta imponendo all’attenzione di un pubblico via via sempre più grande. I casi più clamorosi sono quelli di Zara McFarlane – che lo scorso anno ha rilasciato due splendidi lavori, “Arise” e “All Africa” a cui ha partecipato anche Boyd – e di Yazz Ahmed, la trombettista originaria del Bahrein che dopo l’esordio del 2011 e una lista infinita di collaborazioni prestigiose (tra tutti i Radiohead) è tornata nel 2017 con un sublime lavoro di ricerca e contaminazione dal titolo “La Sabotouse”.
Con l’arrivo del nuovo anno “l’invasione” dovrebbe assumere proporzioni ancora più elevate: si aspetta l’esplosione definitiva dell’Ezra Collective – che poco più d’un anno fa avevamo avuto il piacere di intervistare – o della personalità capace di colmare il vuoto d’hype lasciato dagli Yussef Kamaal. Per questo abbiamo deciso di individuare 10 nomi, tra single act e collettivi, per il 2018. La lista non ha ovviamente alcuna pretesa di esaustività, essendo stata costruita seguendo alcuni criteri che escludono musicisti già riconosciuti o che hanno debuttato parecchio tempo fa (pur essendo comunque giovani soprattutto per gli standard del jazz), e includono invece nuovi progetti di artisti non esattamente debuttanti con dischi in uscita nell’anno nuovo.
Elliot Galvin
Elliot Galvin è un ex-enfant prodige (classe1991) della musica britannica. Pianista, compositore, arriva dalla musica classica e dalle arti performative, per poi de-costruire il tutto in chiave micro-tonale e classic jazz. Galvin è a capo dell’Elliot Galvin trio – che comprende Tom McCredie e Simon Roth – con i quali ha rilasciato anche un disco non più tardi di un anno e mezzo fa, “Punch”- uscito per la Edition Records - con il quale ha ricevuto ottime risposte dalla critica. Tra qualche settimana uscirà invece “The Influencing Machine”, «una reazione sonora alla mente umana, alla tecnologia e all’era della post-verità».
Alfa Mist
Alfa Mist è stato l’autore di uno dei più apprezzati dischi dello scorso anno, “Antiphon”. Nato, cresciuto e tutt’ora residente a Newham, Alfa Mist – che fa parte di un collettivo che comprende, tra gli altri, anche Jordan Rakei – è la prova di quanto possa far bene alla musica la contaminazione tra hip hop, jazz e soul. Alfa Mist ha poi arricchito la sua musica con fiati e voci, restituendo un prodotto di rara intelligenza e raffinatezza musicale che lo rende uno dei punti di riferimento per la musica (a 360°) UK dei prossimi anni.
Nubya Garcia
Nubya Garcia è un portento. Difficile descrivere con altre parole un talento che riesce a inglobare nella sua musica preparazione accademica (Nubya ha fatto prima parte dell Royal Academy Junior Jazz per poi diplomarsi al Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance). Ma Nubya vive la musica in maniera molto immediata e spontanea – d’altronde viene da una famiglia di musicisti di origine caraibica – e suona il sassofono come pochissimi altri, oggi, alla sua età. Lo scorso anno ha debuttato da solista con "Nubya’s 5ive" – con la partecipazione di Moses Boyd – uscito per la JazzRe: Freshed di cui è una delle punte di diamante. “Lost Kingdom”, la prima traccia dell’album, ha i primi secondi di sassofono che ricordano i primi secondi più famosi della storia della musica (quelli di "A Love Supreme"), e già questo dovrebbe essere un complimento sufficiente. Vale poi la pena menzionare il collettivo Nérija, ensamble completamente al femminile, che sposa la tradizione africana con quella urban tipicamente londinese. Il loro primo lavoro è del 2016, ma il 2018 sarà l’anno del nuovo, attesissimo, nuovo disco.
Tenderlonious
La parabola di Tenderlonious è abbastanza particolare e, per questo, molto interessante. Dopo aver cominciato come sassofonista Edward Cawthorne si è innamorato del flauto e ha iniziato a utilizzare lo strumento per mettere in piedi una strana fusione di jazz, house e beats che lo rendono unico nel panorama jazz non solo UK o europeo, ma mondiale. Il suo “On Flaute” – uscito per la sua 22° - è uno di quei dischi che si possono definire pioneristici per un intero genere. Tenderlonious non è più giovanissimo, con i suoi 33 anni è il più “esperto” di questa lista. Ma quello che fa, da compositore così come da label owner, è talmente importante per il futuro di questo movimento che sarebbe stato sbagliato lasciarlo fuori. Soprattutto considerando Ruby Rushton. Ruby Rushton è il collettivo fondato dallo stesso Cawthrone e di cui all’inizio faceva parte anche Yussef Dayes. Il loro debutto nel 2015 “Two For Joy” è seminale soprattutto perché coincide a pieno con l’esplosione del fenomeno UK. I due volumi che compongono “Trudi’s Songbook” invece sono delle perle per tutti gli appassionati.
Kokoroko
I Kokoroko si autodefiniscono una band Afrobeat di otto elementi. Capitanati dalla trombettista Sheila Maurice-Grey, tutti i membri della band hanno origini africane e la musicalità e la spiritualità della loro musica ne risentono fin dal primo ascolto. Il loro stesso nome (Kokoroko è una parola nigeriana) viene da lì, così come la loro principale influenza musicale, Fela Kuti. Il loro jazz è un’opera prettamente di fusione con l’Afrobeat, con la particolarità di avere una formazione di fiati interamente femminile, un fatto che è assolutamente casuale e in nessun modo premeditato: «Ci siamo semplicemente ritrovati ad avere in formazione tre donne che spaccavano». A oggi non c’è ancora stata una release ufficiale della band, che sta però componendo l’album previsto per quest’anno: si posizionano di diritto nell’elenco dei potenziali migliori debutti del 2018.
TROPE
Un altro collettivo (di 5 elementi) interessante che ha appena rilasciato il suo primo disco ufficiale (per la JazzRe:Freshed) è quello dei TROPE. Anche loro, come i Kokoroko, sono capeggiati da una splendida voce femminile, quella di Cherise Adams-Burnett. E anche loro inglobano influenze che arrivano da posti diversi con una storia musicale diversa, anche se in questo caso circoscritta alla Gran Bretagna. Il loro “TROPE’s 5ive” è uno splendido concentrato moderno di jazz e soul, con incursioni di funk e hip hop. Non sono rivoluzionari in quello che fanno, ma lo fanno con una tale pulizia e precisione che è impossibile non apprezzarne il prodotto finale, soprattutto considerando il fatto che si tratta di una band che suona insieme da poco più di due anni.
Laura Misch
Nella sua giovane carriera Laura Misch ha già dovuto affrontare una difficoltà non indifferente. Il genere di difficoltà che può rischiare di troncarti la carriera. Laura è la sorella maggiore di un artista molto dotato, Tom Misch, che ha avuto il merito e la capacità di arrivare alla ribalta prima di lei: Laura ha raccontato di aver cominciato a suonare il sassofono in ribellione ai suoi genitori che volevano che imparasse il violino come il fratellino. Ma Laura aveva evidentemente le spalle abbastanza larghe per farcela da sola, e l’ha dimostrato imparando a fare praticamente di tutto: dal canto, all’amato sassofono, alla composizione, arrivando fino alla pittura. È suo il disegno in copertina del suo primo LP, “Playground”, un disco molto più complesso e sfaccettato di quanto la sua angelica voce possa dare a vedere.
The Colours That Rise
Se invece siete alla ricerca di novità, come quelle proposte da Moses Boyd o dal suo progetto Binker & Moses, allora forse i The Colours That Rise fanno al caso vostro. Sono giovani, molto giovani, hanno appena rilasciato un EP d’esordio di 4 tracce in cui il leitmotiv è l’unione di funk old school e jazz, con velate allusioni e rimandi allo spazio, al broken-beat. Il tutto viene perfettamente confezionato utilizzando synth analogici e strumenti acustici. Il disco, non a caso, si chiama “2020” e pare essere il punto di partenza ideale per riuscire ad abbattere la parete che separa il jazz dalla club music.
Bonus
Quella appena elencata può essere una buona base di partenza per riuscire a mappare dove andrà il jazz UK nell’immediato futuro e pure qualche anno più in là. Vale la pena però citare anche altri progetti interessanti che non rientrano in classifica, ma che sono comunque influenti nella “scena” e propongono musica di alto livello. Abbiamo già citato Sarathy Korwar e il suo sublime lavoro di fusione di jazz e musica folk della comunità Sidi, in India. Allo stesso modo è giusto porre l’accento sul progetto Pergola, che porta avanti insieme alla polistrumentista Cara Stacey e che indaga l’uso di strumenti musicali non convenzionali come la tabla e l’umrhubhe (una specie di flauto).
O ancora Duval Timothy, artista a tutto tondo che lo scorso ottobre ha rilasciato “Sen Am”: un album super-raffinato composto durante gli ultimi anni lontano dai riflettori, tra Londra e Freetown, in Sierra Leone. Come tutte le sue composizioni il disco è molto minimale e vive della purezza del suo piano.
Tra i nomi più affermati c’è poi quello dei Dinosaur, supergruppo capitanato da Laura Jurd che comprende anche Elliot Galvin e cha ha una formazione più prettamente accademica. Per concludere un altro super-gruppo, quello composto da Idris Rahman al sax, Tom Skinner alla batteria e Leon Brichard al basso. Il loro “Wildflower” è uno superbo viaggio spirituale attraverso la musica jazz mescolata con il gnawa – la musica rituale marocchina – e il jazz modale, che incorpora la tradizione di tanti paesi del continente indiano. Per concludere Ash Walker che – seppur molto ibrido come artista, recentemente ha cominciato a suonare in giro da DJ – sta lavorando da due anni sulla sua visione “dub oriented” del jazz, e dopo l’ottimo “Echo Chambers” è arrivato alla release di un bel EP insieme a Yazz Ahmed.