In una recensione del numero di settembre 1996 di Vibe, Kris Ex, parlando del secondo disco di Nas, scrisse: «I problemi con “It Was Written” stanno non in quello che c’è scritto, o nel suo flow, quanto nel consistente e aggressivo tentativo di fare della musica pop. Quando Nas è arrivato, venne venerato come un Dio del microfono. Lui resta una figura centrale con uno sguardo panoramico sul ghetto reale e su quello metaforico. E il suo flow è ancora incredibile. Ma Nas richiede un suono diverso, adeguato alle sue rime. Solo allora il successo pop che ovviamente desidera arriverà in maniera organica. “It Was Written” però è inadeguato e neanche lontanamente soddisfacente come il primo album». Era il 1996 e la parola “pop” era ancora ritenuta quasi volgare in certi ambienti. Nas poi veniva da quello che tutt’ora viene ritenuto il miglior esordio di sempre, “Illmatic”, e una certa avversione dei media di settore era tutto sommato preventivabile. Commercialmente però, “It Was Written” fu un successo e divenne anche il disco preferito di Luché. Uno per cui questo stralcio di recensione è stato probabilmente utilizzato almeno una volta nell’arco della sua carriera.
Luca Imprudente, nato nell’area nord di Napoli nel 1981, aveva appena cominciato la sua carriera quando quel disco uscì. Una carriera che lo portò, con un successo folgorante e, probabilmente, irripetibile nella storia del rap italiano a iscrivere il nome suo e quello di Ntò, dei Co’Sang, nell’olimpo delle leggende ad appena 24 anni. Luchè e Ntò diventarono il volto dello street rap italiano, il volto di quella periferia di cui tutti avevano sentito parlare e che scopriranno solo anni dopo, con "Gomorra". Storie che erano persino peggio di quelle viste da Nas e che appiccicano addosso a Luchè una etichetta, una di quelle che è difficile eliminare. I primi album della sua carriera da solista, “L1” in particolare, non vengono capiti da nessuno, forse erano troppo in anticipo sui tempi (come “So’ Frisc”) forse ancora poco maturi. Ma, al di là del successo commerciale, è la volontà di Luchè di provare ad arricchire il suo suono che fa storcere il naso ai puristi. La voglia di aggiungere l’italiano al suo repertorio dialettale e incrementare il numero di tematiche presenti nei testi. Poi arriva “Malammore”, e tutto il talento di Luca viene finalmente riconosciuto. Il disco finisce in cima (Alvaro Soler permettendo) alla classifica FIMI e comincia a essere considerato, un po’ da tutti, per quello che è: uno dei migliori dischi degli ultimi 10 anni di rap italiano. I
Entrambi sono pilastri di “Potere”, il suo ultimo album. “Potere” è un disco molto lungo, in cui Luchè cambia flow 5 o 6 volte, in un interminabile flusso di coscienza che più che “Nasir”, il nuovo album di Nas, ricorda forse “ye”, il folle lavoro di Kanye West. Il parallelismo con Yeezy (con tutte le proporzioni del caso) viene naturale quando si analizza il modus operandi di Luca in studio, che si affida a D-Ross, ma che non rilascia mai un suo pezzo senza che abbia messo le mani sulla produzione. Le hit dei Co’Sang, d’altronde, erano tutte prodotte da Luchè. Oltra alla cura delle strumentali e alle diverse tonalità utilizzate da Luchè, in “Potere” ci sono davvero tante parole. Un fiume di parole, ossessivamente descrittive che suonano come un caro Diario nella vita di un artista che poi è diventato anche imprenditore, di un napoletano che è piano piano diventato cittadino del mondo. Un caro diario che vale la pena analizzare nei suoi passaggi più esplicativi.
"Se ripenso a quelle strade vorrei ricamminarle, ma non sarai mai lo stesso e non sai quanto fa male"
La linea melodica di “Nada” è una delle più belle di “Potere”, assieme al suo ritornello. In un questa strofa Luchè dà quasi per scontato il cambiamento e la consapevolezza del cambiamento. Ammorbidisce la retorica del “non cambierò mai” prendendo coscienza della costante evoluzione a cui si è sottoposti, a cui lui stesso si è sottoposto. Un cambiamento che non significa per forza tradire chi si era e chi si è, ma che è invece un atto di estrema sensibilità emotiva.
"Si te dico "m'e perz' pe' sempe", me crire? Si te dico "'st'ammore è nu film", Si te dico "l'attor' song' je", Si po' 'int''o final murimm'”
“Potere” è soprattutto un disco che parla d’amore, o quantomeno del modo, viscerale ed estramamente passionale, in cui Luchè vive l’amore. C’è tanta tragedia napoletana, tanto del modo plateale in cui abbiamo imparato – attraverso la sua canzone melodica – a conoscerlo quell’amore. Non è un caso che l’unica traccia interamente in napoletano di “Potere” sia un intenso lamento d’amore di Luchè.
"Quegli occhi che dicono cose di te che tu non sai nemmeno, Io che mi son quasi rotto la mano per un pugno nel muro"
“Che Dio Mi Benedica”, uno dei brani di “Malammore”, aveva segnato l’inizio di un percorso che, per stessa ammissione di Luchè, continua e anzi si espande all’interno di “Potere”. Di quel brano “Torna da me” è forse il compimento ideale, una nuova ballad che riprende lo stile fortemente didascalico di Luchè e mostra il lato più dolce e vulnerabile di quello che è oramai troppo riduttivo definire rapper napoletano.
"Io ti ho insegnato che un uomo che non ha emozioni non è un uomo vero, Io ti ho insegnato a portare i capelli all'indietro, e il rossetto rosso se vesti di nero"
Ma la musica di Luchè si nutre soprattutto di un ego spropositato, che viene fuori nel reiterato uso della prima persona. Luchè parla di sé e spesso offre una versione di sé che crede non sia stata mai vista da nessuno. Non è una novità che Luchè si ritenga – a ragione – fortemente sottovalutato, ma non perché nel corso della sua carriera non abbia ritenuto successo, ma perché uno nella sua posizione, uno che ha fatto tutto quello che lui ha fatto, dovrebbe oggi essere considerato una star. Proprio in “Star”, all’interno di un discorso molto personale, Luca ci tiene a ricordare tutti i suoi pregi, non solo quelli artistici ma pure quelli strettamenti personali, inseriti all’interno dell’ideale rivincita che il pezzo racconta.
"Ho perso la mia identità, non credo alla mia verità, vorrei che un proiettile mi bucasse la testa ad alta velocità"
In un’intervista a Noisey Luchè ha raccontato di vivere male o comunque con molta poca leggerezza il suo lavoro. Questo si riflette tanto in quello che scrive, che non suona mai banale o mai detto per caso. Ogni parola pesa come un macigno, e anche le scelte linguistiche - che a volte sembrano semplicistiche - si rivelano vincenti. In “Lo sai chi sono” – che conta il featuring di CoCo – Luchè apre la sua strofa con questa frase, in cui l’invincibilità del ragazzo di strada che veniva spesso fuori in “Malammore” lascia il posto a un uomo che giudica i suoi stessi errori a volte in maniera troppo severa.
"Ho scritto in stampatello "oggi sposi sopra la targa", hai detto stai correndo troppo, dimmi, credi nel karma? Ho detto sì, mentre controllavo se avevi un tanga"
Luchè è una delle migliori penne del rap italiano nella descrizione delle scene di sesso. Ce ne sono diverse sparse in tutto il disco, che parlano delle sue preferenze sessuali, della sua venerazione della donna che spesso è stata fraintesa per misoginia. Ma la facilità con cui Luchè descrive scene sensuali viene fuori ovunque: “Non abbiamo età” è un pezzo d’amore come non se ne scrivono parecchi in Italia: sincero, spontaneo, lontano dai cliche e molto vicino alla vita reale.
"Tutti amano Gomorra amano Saviano, poi si annoiano se parlo di come viviamo"
Spiegando il senso del titolo del suo album, Luchè ha precisato che la scelta è ricaduta sulla parola potere per la sua ambivalenza grammaticale: sostantivo tanto quanto verbo, la parola esprime bene sia la fame sia la posizione di privilegio in cui Luchè si trova. Non è un caso che scelga di chiudere il disco (se non consideriamo la bonus track già edita nel disco di Night Skinny) con un pezzo che è interamente dedicato alla sua anima più di strada, al racconto di Secondigliano e di un ragazzo di Secondigliano che ce l’ha fatta. L’estrema realness a cui Luchè resta sempre molto legato viene fuori quando si parla di uno dei temi più scontati per il Luchè artista, uno statement che – accompagnato dal maestro Avitabile – suona ancora più credibile se contestualizzato all’interno di un album così sentito, in cui la struttura musicale complessa non nasconde, e anzi valorizza, un disco fondamentalmente imperfetto, nato per essere tale e per essere reale, come le sneaker da collezione sporcate camminandoci sull’asfalto di periferia.