Max Verstappen nel tramonto di Losail
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F1

Terruzzi racconta: FIA(t) lux

Troppe ombre su una sfida intensissima. Come rovinare una festa riuscita
Di Giorgio Terruzzi
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I casi sono due. Lewis Hamilton che vince il suo ottavo titolo, per un record assoluto nella storia della Formula 1; Max Verstappen che vince il suo primo titolo per un passaggio di consegne epocale all’alba di una nuova era tecnologica. Bene comunque per chi attendeva una incertezza al vertice da cinque anni, per le fortune del circo, per milioni di appassionati presi da un lungo duello che oppone due campioni di straordinario talento. C’è tutto per avere a che fare con una festa sportiva. Messa in discussione e oscurata da un fallimento ormai macroscopico. Quale?
Quello della Federazione Internazionale. Incapace di togliere le ombre da un universo tecnologicamente evoluto e complesso, di gestire con autorevolezza le tappe del Mondiale, di porsi come arbitro efficiente della sfida. Macché. Ancora una volta siamo di fronte ad una cronica inadeguatezza che proprio la tensione agonistica rende clamorosa. Non si riesce ad avere uniformità di giudizio, manovre simili vengono sanzionate secondo criteri sfuggenti. Non solo. Ogni decisione chiede tempi interminabili senza che nessuno comprenda i motivi. Sono serviti giorni per chiarire il pensiero della FIA sulla richiesta di revisione della manovra difensiva di Verstappen in Brasile, sono servite 24 ore per conoscere le penalità distribuite dopo le qualifiche del Qatar, comprendenti un certo caos di chi le bandiere gialle deve gestire in caso di incidente. I responsabili dei team in lotta, Mercedes e Red Bull, alludono costantemente ad irregolarità tecniche attribuite ai rivali, come se non si fidassero di chi le vetture controlla e supervisiona, la FIA appunto. Siamo al festival del sospetto con conseguenti verifiche indotte e tardive che mantengono diffuse diffidenze.
Il tutto per un clima ormai consegnato al fatalismo. In F1, a quanto pare, si bara, si utilizzano soluzioni fuori regola perché sembra impossibile per una struttura federale farcita di tecnici per anni attivi nei team, prevenire, individuare, sanzionare. Tutti a tirare la giacchetta dell’arbitro, appunto, come se quest’ultimo fosse incapace di agire secondo indipendenza, determinazione e una trasparenza conclamata. Così, sull’asfalto restano ombre, troppe, indicate dai protagonisti in pista, date come inevitabili, come parti di una tradizione perenne e permanente. Il che, appunto, fa pensare ad un fallimento di chi fissa le regole per poi farle rispettare. Un atteggiamento incomprensibile e arcaico che del resto non porta ad imporre alcuna semplificazione regolamentare utile alla verifica, ad una estinzione del dubbio.
Così, mentre la F1 guarda avanti, cerca nuovi format, rilancia entusiasmi e passione, resta impigliata in un vizio di forma cronico, figlio di una antica commistione tra i responsabili della FIA e i team, i poli di interesse che in F1 investono. Nulla che faccia pensare ad una modernità davvero conquistata pur dentro antagonismi all’avanguardia, gestiti da campioni formidabili su un palcoscenico, quello sì, davvero internazionale.