Terruzzi racconta: il farfallino di Mike Hawthorn
© Jiri Simecek / Red Bull Content Pool
F1

Terruzzi racconta: il farfallino di Mike Hawthorn

Romantico e brillante. È scomparso 65 anni fa poco dopo aver conquistato il Mondiale. Malato e orfano del suo grande amico Peter Collins.
Di Giorgio Terruzzi
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Un incidente stradale banale e tragico, 22 gennaio 1959. Mike Hawthorn guidava la sua Jaguar MK1, viaggiava a forte velocità nei pressi di Guildford. Perse il controllo, uscì di strada, morì sul colpo. Forse stava gareggiando con il suo amico Rob Walker, forse venne colto da un malore improvviso. La verità non l’avremo mai. Si era appena ritirato dalle corse, dopo aver vinto, nel 1958, il titolo mondiale con la Ferrari, un punto di vantaggio su Stirling Moss, e la sua Vanwall. Era biondo, alto, brillante. Un ragazzo pieno di vita nato il 10 aprile 1929 a Mexborough, Yorkshire, nel cuore dell’Inghilterra, pochi chilometri a nord di Sheffield. Le fotografie, i rari filmati, lo mostrano sorridente e poi concentrato, le mani sul grande volante, il farfallino a pois allacciato sulla camicia chiara. Abbastanza per fare di lui un’icona romantica dentro un tempo tragico.
L’anno, 1958, tremendo. Luigi Musso, altro pilota Ferrari, era morto a Reims il 6 luglio, giorno che segna l’ultima corsa di Juan Manuel Fangio, consapevole di essere un sopravvissuto e pronto a tirare un colpo decisivo di freno; Peter Collins, Ferrari pure lui, era morto il 3 agosto al Nürburgring. Collins, con il quale Mike aveva stretto una lunga e profonda amicizia, insieme spesso come due fratelli legati dalla passione, dal destino. Belli come attori del cinema, coraggiosi, sempre pronti a far festa dopo una corsa, con tanto di accompagnamento alcolico. Simboli perfetti, entrambi, di un’epoca leggendaria, tempestata di drammi motoristici. Le foto, ripeto, molto raccontano, lo dico per chi è giovane oggi e ha voglia di assaporare un’atmosfera, un gusto velocistico formidabile e affascinante. Hawthorn, del resto, con la drammaticità delle corse aveva avuto rapporti stretti. Basti pensare alla 24 Ore di Le Mans del 1955, che vinse in coppia con Ivor Bueb su Jaguar, dopo aver involontariamente innescato l’incidente più grave della storia. Uno scarto per rientrare ai box all’ultimo istante che costrinse Lance Macklin a deviare traiettoria urtando così la Mercedes di Pierre Levegh. La collisione proiettò la vettura tedesca in piena tribuna. Il bilancio: tremendo. Morirono 83 spettatori oltre al pilota francese. Mentre la 24 Ore andava avanti, secondo i criteri pazzeschi di allora.
Hawthorn aveva vinto il titolo, aveva subito colpi tremendi, era afflitto da una grave malattia renale che gli procurava dolori acuti e frequenti. Aveva soltanto 29 anni, era fidanzato con Jean Howarth. Fu lei a raccontare del malessere che aveva colpito Mike la notte prima dell’incidente. Era convinto di avere poco tempo da vivere, la morte di Collins gli aveva tolto la gioia del trionfo, la voglia di continuare a correre. Morto su una strada, dopo aver rischiato la vita sulle piste, a pochi chilometri da Hindhead, luogo in cui suo padre Leslie - ex pilota di moto, titolare del Tourist Trophy Garage a Farnham, ispiratore e sostenitore di Mike - era rimasto vittima di un incidente stradale sei anni prima. Si, talvolta il destino fa i capricci. Orribili capricci.